Le origini della fotografia


CENNI STORICI SULLA FOTOGRAFIA

Già il filo­sofo greco Ari­sto­tele osservò che la luce, pas­sando attra­verso un pic­colo foro, pro­iettva  un’immagine cir­co­lare. Suc­ces­si­va­mente uno stu­dioso arabo, Alha­zen Ibn Al-Haitham, giunse alle stesse con­clu­sioni, defi­nendo con il ter­mine “Camera Obscura” la sca­tola in cui le imma­gini si ripro­du­ce­vano. Cat­tu­rare la luce richiese però la com­pren­sione dei mate­riali foto­sen­si­bili e anche se que­sti erano cono­sciuti fin dal Medioevo, solo nel 1727 lo stu­dioso tede­sco Johan Hein­rich Schulze, durante alcuni espe­ri­menti con car­bo­nato di cal­cio, acqua regia, acido nitrico e argento, sco­prì che il com­po­sto risul­tante  regiva alla luce; si accorse che la sostanza non subiva modi­fi­che se espo­sta alla luce del fuoco, ma dive­niva di colore rosso se veniva col­pita dalla luce del sole. Lo stu­dioso tede­sco chiamò que­sta sostanza “SCOTOPHORUS”, ossia por­ta­trice di tene­bre.  Verso la fine del 1700 l’inglese Tho­mas Wedg­wood spe­ri­mentò l’utilizzo del nitrato d’argento immer­gen­dovi dei fogli di carta che espose alla luce, dopo avervi depo­sto degli oggetti. Si accorse che nelle zone in cui la luce col­piva il foglio, la sostanza si anne­riva men­tre restava chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Que­ste imma­gini, però, non si sta­bi­liz­za­vano sul foglio e per­de­vano rapi­da­mente il con­tra­sto se man­te­nute alla luce.

Joseph Nice­phore Nie­pce si inte­ressò alla recente sco­perta della lito­gra­fia appro­fon­dendo gli studi, alla ricerca di una sostanza che potesse impres­sio­narsi alla luce in maniera esatta man­te­nendo il risul­tato inal­te­rato nel tempo. Nel mag­gio  del 1816, Nie­pce in un espe­ri­mento espose un foglio bagnato di clo­ruro d’argento all’interno di una pic­cola camera oscura e notò che l’immagine impressa sul foglio era inver­tita, cioè con oggetti bian­chi su fondo nero. Que­sto risul­tato non  sod­di­sfece in pieno Nie­pce il quale con­ti­nuò gli espe­ri­menti uti­liz­zando sostanze diverse; finchè sco­prì il bitume di Giu­dea che era sen­si­bile alla luce. Il bitume di Giu­dea è un tipo di asfalto  nor­mal­mente solu­bile in olio di lavanda e che, una volta  espo­sto alla luce, indu­ri­sce. Nie­pce cosparse una lastra di pel­tro con la sostanza e vi sovrap­pose un’ inci­sione . La  luce,  rag­giun­gendo la lastra di pel­tro attra­verso le zone chiare dell’incisione, sen­si­bi­liz­zava il bitume che, indu­ren­dosi, non poteva essere eli­mi­nato dal suc­ces­sivo lavag­gio con olio di lavanda. La lastra finale potè essere uti­liz­zata per la stampa. Nel 1827 Nie­pce incon­trò Louis Jac­ques Mandè Daguerre pit­tore pari­gino. Nel 1829 Nie­pce e Daguerre sti­pu­la­rono un con­tratto valido per 10 anni al fine di con­ti­nuare insieme le ricer­che. Dopo la morte di Nie­pce, Daguerre modi­ficò il con­tratto cam­biando il nome dell’invenzione in “dagher­ro­ti­pia”. La tec­nica rag­giunta da Daguerre nel 1837 fu suf­fi­cien­te­mente matura da ripro­durre una natura morta. Daguerre uti­lizzò una lastra di rame sulla quale era appli­cato un sot­tile foglio d’argento luci­dato che, esposto a vapori di iodio, reagiva, formando ioduro d’argento. Seguiva l’esposizione alla camera oscura dove la luce tra­sfor­mava lo ioduro d’argento nuo­va­mente in argento in modo pro­por­zio­nale alla luce ricevuta. L’immagine non risul­tava visi­bile fino a quando non veniva espo­sta ai vapori di mer­cu­rio. Un bagno in una forte solu­zione di sale comune fis­sava l’immagine, sep­pure non stabilmente. Nel gen­naio del 1839 Daguerre fu con­tat­tato da Fran­cois Arago, un rap­pre­sen­tante della camera dei depu­tati dei Pire­nei orien­tali, il quale gli pro­pose l’acquisto del pro­ce­di­mento da parte dello Stato. Nello stesso anno il quo­ti­diano Gazette de France, pub­blicò la sco­perta di Daguerre e nell’agosto dello stesso anno, il pro­ce­di­mento venne reso pub­blico in una riu­nione dell’Accademia delle Scienze e dell’Accademia delle Belle Arti. La noti­zia destò l’interesse di mol­ti­ri­cer­ca­tori, come Daguerre, lavo­ra­vano nella stessa dire­zione. Tra que­sti vi fu anche Wil­liam Fox Tal­bot, il quale subito rese pub­bli­che alcune ue sco­perte, docu­men­tando inol­tre alcuni espe­ri­menti datati 1835, tra que­sti la ” Pro­ce­dura del fis­sag­gio “, Tal­bot coprì dei fogli da scri­vere con una solu­zione com­po­sta da “sale comune e nitrato d’argento”, ren­den­doli sen­si­bili alla  luce. Fu poi suf­fi­ciente pog­giare uan foglia sulla carta trat­tata ed esporla alla luce del sole per ren­dere scure le zone espo­ste alla luce. Con que­sto pro­ce­di­mento ottenne il nega­ti­vo­della foglia. Tal­bot chiamò que­sto poce­di­mento ” SCIDOGRAFIA” .Nel 1841 la sido­gra­fia subì l’evoluzione in ” CALOTIPIA ” sem­pre ado­pera di Tal­bot, che intuì la pos­si­bile tra­sfor­ma­zione dei sali d’argento non solo tra­mite l’azione della luce, ma uti­liz­zan­doo un nuovo pas­sag­gio chia­mato “SVILUPPO FOTOGRAFICO”. Nella sci­do­gra­fia l’esposizione alla luce con­ti­nuava alla com­parsa dell’immagine, men­tre nella calo­ti­pia l’esposizione venne ridotta a pochi secondi, la carta veniva imersa in una solu­zione di nitrato d’argento  e acido gal­lico, espo­sta ed imersa nella stessa solu­zine che agiva da “rile­va­tore”, per­met­tendo la com­parsa dell’immagine finale.  Nel 1871 Richard Leach Mad­dox, mise a punto una nuova emul­sione pre­pa­rata con bro­muro  di cad­mio, nitrato d’argento e gela­tina. Le lastre così pro­dotte per­mi­sero un tra­sporto molto più age­vole, non neces­si­tando più della pre­pa­ra­zione prima dell’esposizione. Que­sta cate­go­ria di sup­porti molto più pra­tici, furono adot­tati da nuove cate­go­rie  di stru­menti foto­gra­fici, gli appa­rec­chi por­ta­tili. Nel 1888 ci fu la nascita della Kodak n. 1, una foto­ca­mera por­ta­tile con 100 pose pre­ca­ri­cate. Ini­zial­mente il mate­riale foto­sen­si­bile era cosparso su carta ma nel 1891 venne sosti­tuito on una pel­li­cola di cel­lu­loide avvol­tain rulli, la moderna pel­li­cola fotografica.

Nella foto­grafi in bianco e nero i diversi colori, sono resi da sem­plici sfu­ma­ture di gri­gio, que­sta rap­pre­sen­ta­zione è spesso insuf­fi­ciente a ripro­durre toni di colore. Le prime lastre foto­ga­fi­che pro­dotte, ripro­du­ce­vano il bianco  il blu con la stessa lumi­no­sità, allo stesso modo il giallo e il rosso diven­ta­vano scuri o neri. Nel 1880 furono pro­dotte le prime lastre “ORTOCROMATICHE” , che rea­gi­vano cor­ret­ta­mente alla tona­lità del blu ma non al rosso e all’arancione. Quindi la neces­sità di ren­dere le imma­gini sem­pre più simili alla realtà della scena, richese l’intervento manuale del foto­grafo dopo lo svi­luppo della lastra, uti­liz­zando i pig­menti  dell’anilina per sfu­mare e raf­for­zare molti ritratti. Il Fisico inglese James Clerk Max­well nel 1859 dimo­strò con un pro­ce­di­mento defi­nito “ADDITIVO” , la pos­si­bi­lità di ricer­care il colore sovrap­po­nendo laluce rossa , verde e blu, chia­mati colori pri­mari addi­tivi. L’applicazione del metodo addi­tivo, si ebbe nel 1903 con i fra­telli Lumière. La prima pel­li­cola per nega­tivi aco­lore ebbe ori­gine nel 1941 ad opera della Koda­co­lor.     Luigi Per­fetto

Tutte le noti­zie pre­senti in que­sto arti­colo sono state prese dalle sot­toe­len­cate fonti:

- Breve sto­ria della foto­gra­fia, Jean-A. Keim — Einaudi -

- Sto­ria della foto­gra­fia, Angela Made­sani — Bruno Mondadori–

- Sto­ria della foto­gra­fia, Beau­mont Newhall — Einaudi —


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One Response to “Le origini della fotografia”

  1. gabriella scrive:

    Tra­vol­gente, abba­stanza completa.-

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